Ci sono storie che meritano di essere raccontate e una di queste è quella di Heydi Bonanini, classe 1978, fondatore dell’Azienda Agricola Possa. È la storia di una viticoltura eroica, di terre abbandonate e recuperate, di un amore incondizionato. Lo sfondo è il suggestivo paesaggio delle    Cinque Terre, meta di tanti turisti, anche se forse non tutti sanno quanto questa terra sia impervia, amara e insieme dolce. E’una terra capace di regalare frutti preziosi, ma si presta poco all’intervento umano e si piega senza mai spezzarsi: è la terra della resilienza. 

“Le Cinque Terre sono l’estremo dell’agricoltura; però per me è normale, questa è l’agricoltura con cui sono nato. Non ci vedo niente di eroico.”

 

Lodovica Bo

 

Come nasce l’azienda.

Nasce nel 2004, a Riomaggiore, quando iniziamo a fare il vino, anche se alle spalle ci sono 7-8 anni di recupero del territorio: è un sistema di recupero a rilento in quanto lavoro manuale. Il primo anno di produzione è stato ridicolo, abbiamo prodotto 500 bottiglie e poco più di 60 di Sciacchetrà. Serviva, però, come partenza, altrimenti sarebbe rimasta solo come passione. 

Abbiamo iniziato a recuperare varietà autoctone esistenti solo qui perché le Cinque Terre sono una zona antichissima per la viticoltura. Sono 24 le varietà autoctone presenti su questo territorio, delle quali ne abbiamo recuperate 19. Abbiamo sempre lavorato su un discorso di agricoltura pulita per una questione anche egoistica, perché se usi prodotti chimici poi te li ritrovi sulla pelle. Se invece usi prodotti naturali al massimo puzzerai un po’ di zolfo e basta: da sempre abbiamo adottato questa linea. La stessa filosofia viene riportata in cantina: quando abbiamo iniziato a fare vino abbiamo voluto farlo diventare il più possibile immagine del territorio senza usare lieviti aggiunti per attivare la fermentazione, ma solo quelli spontanei della pianta; riportando la macerazione sulle bucce e recuperando legni come acacia, castagno, ciliegio. In aggiunta mi piace sperimentare (con tini di terracotta o ceramica) sempre però rimanendo su un discorso di naturalità. Questa è la nostra visione.

 

 

I terreni.

Ci sono 4h ettari di vigna: il blocco di Possaltara è costituito da 2 ettari sparsi a macchia di leopardo; poi abbiamo 1,5 ettari sparsi sulla zona di Tramonti fino ad arrivare al limite del comune di Riomaggiore; in più abbiamo una vignetta all’ isola della Palmaria. Oggi stiamo anche costruendo un ettaro a Monterosso e uno a Montaretto. Le vigne partono dal livello del mare fino ad arrivare ai 300-400 metri sopra il livello del mare.

Le varietà che oggi abbiamo sono 19, ma tra tutti i vini ne vengono usate 11, alcune, invece, le teniamo per memoria storica. Da queste varietà derivano 10 tipi di vino (3 bianchi secchi; 2 ripassati: un bianco e un rosso rifermentati sulle bucce del passito rosso e poi un rosato; un rosso secco normale; lo sciacchetrà; un passito di uve rosse; un passito bianco).

 

Le vigne.

Le vigne sono a terrazzamenti, struttura di coltivazione tipica Ligure. La parte più vecchia è a pergola, come da tradizione. Poi abbiamo la parte nuova a filare, sia per ottenere una lavorazione più facile sia per far produrre meno ad una pianta. Per aumentare la qualità in un prodotto bisogna far produrre alla pianta il meno possibile e questo lo puoi ottenere meglio con il filare.

Le vendemmie sono manuali, il trasporto avviene in spalla, a volte con il supporto delle monorotaie.

 

Come definiresti il tuo metodo produttivo?

Noi facciamo un’agricoltura completamente biologica, in aggiunta inseriamo un discorso di agricoltura sinergica, tentando di fare sinergia tra piante. Quindi, per chi conosce le nostre vigne sa che non è un vigneto standard ma è un mix di piante aromatiche, agrumi, pesche selvatiche. È un sistema di differenziazione di coltura volta ad aiutarsi nei momenti di fatica climatica, che si deve sorreggere da solo con l’aiuto tra piante. Un esempio: i cespugli di rosmarino assorbono umidità, lasciare l’erba non altissima ma facendola fiorire per far si che le api girino intorno all’uva e via dicendo.

 

La tua punta di diamante?

Il Cinque Terre bianco da mare e lo Sciacchetrà, che è il nostro biglietto da visita perché ha reso famose la nostra terra decine di anni fa. Ci distinguiamo dagli altri Sciacchetrà perché i nostri prodotti li trovi difficilmente al supermercato: si può trovare da Eataly o altrimenti in negozi di alimentari di un certo livello. Quello su cui abbiamo spinto molto noi è un discorso di conoscenza del prodotto: far vedere alle persone che vengono qui le vigne, la cantina, come si lavora l’uva, giocando quindi sul passaparola, facendo conoscere il nostro modo di lavorare.

Oggi l’azienda esporta il 40% della produzione in Giappone, Stati Uniti, Australia, Belgio, Francia e Germania, con un totale di bottiglie prodotte per anno che va dalle 16.000 alle 20.000. 

 

 

Come sei arrivato ad aprire l’azienda? C’è stata un’illuminazione rispetto al mondo del vino?

I miei nonni erano viticoltori, per cui mi porto nel sangue la viticoltura. Nel 2004 era un po’ impopolare aprire una cantina qui alle Cinque Terre. Erano gli ultimi anni in cui si vedeva solo molto abbandono. È stata una scommessa la mia. Il 2012 è stato l’anno in cui ci siamo resi conto di poter produrre prodotti buoni, quando siamo riusciti ad arrivare ai primi premi importanti a livello italiano. Noi siamo una realtà talmente piccola rispetto ad aziende che fanno milioni di bottiglie che da un lato è stato stimolante, ma dall’altro lato mette anche un po’ di paura. Oggi, siamo in due: io e Momussa, il mio dipendente. Durante la stagione, invece, sono diverse le persone ad aiutarci.

 

Aneddoti che ti riportano ad una memoria emotiva di questa terra?

Ho sempre vissuto la mia valle. A 40 giorni i miei genitori mi avevano portato al mare qui, nonostante fosse tutto eccetto che comodo. Ho avuto la fortuna di vedere questa terra coltivata in gran parte e di parlare con gli anziani che ancora la coltivavano, di capire quindi cosa volesse dire lavorare nelle Cinque Terre 50 anni prima. Ora questi posti sono meta di un turismo mondiale. Il peso più grande è stato prendersi la responsabilità di riportare questo vino dove doveva essere prodotto e come doveva essere fatto.

Aneddoti ce ne sono tanti: io andavo sempre in casa di queste persone anziane perché volevo sempre saperne di più, imparare, capire. La parte della lavorazione della terra che conosco oggi è grazie a queste persone. È un’emozione ripensare a chi mi ha insegnato e trasmesso la conoscenza che ho oggi della mia terra.

 

Momenti difficili?

I due anni più bui sono stati da fine 2010 all’estate del 2013. Se non ci fosse stata la nascita di mio figlio non sarei qui a fare l’agricoltore. Quando è nato Jacopo ho avuto la spinta per continuare. Qui c’era l’usanza di mettere da parte lo Sciacchetrà dell’anno in cui ti nasceva un bimbo, che è la sua dote per tutta la vita: mi ero quindi prefisso di produrre uno sciacchetrà fatto bene. Il 2012 è stato quindi l’anno della svolta perché poi il vino arrivò ad essere il primo e unico premio 3 bicchieri nelle Cinque Terre, e, in aggiunta, abbiamo ottenuto riconoscimenti internazionali. È stato quindi l’anno portafortuna. Noi abbiamo anche riportato in vita la vendemmia con la barca che non si faceva da 50 anni e quando la faccio viene anche lui; lo sciacchetrà lo pesta lui, insomma  dice che l’azienda è tutta sua, è diventato la mascotte dell’azienda.

 

Cosa pensi della viticoltura oggigiorno?

La viticoltura va divisa per zone secondo me: quelle delle produzioni massive, di cui io mi sento di poter dire poco, e poi ci sono zone più piccole, più legate alle tradizioni, per le quali posso parlare. Queste, secondo me, sono quelle che negli ultimi 10 anni hanno fatto i passi più in avanti e che a livello qualitativo non hanno niente da invidiare ai vini blasonati.