La storia di Elisa Ciambelli è simile a quella di tanti altri giovani italiani che dopo numerosi studi e lauree, non trovando lavoro, ritornano all’agricoltura. Ma in lei c’è sicuramente una peculiarità, quella di aver ripreso in mano una produzione di un prodotto dimenticato o forse quasi mai troppo valorizzato: la farina di ghianda. Il grande radicamento alla sua terra e ai terreni di famiglia, la portano a creare il suo agriturismo con l’aiuto del suo compagno Fabio Rubinelli. Nasce così 11 anni fa l’Azienda Agricola il Gobbo con lo scopo di promuovere prodotti locali e spontanei, frutto di una grande passione e amore per la sua terra.

 

Come arrivi alla tua azienda agricola?

Avevo la passione della filosofia, poi però sono stata spinta da un forte radicamento alla mia terra. Mio nonno era contadino, e mio papà in pensione si è dedicato molto all’agricoltura. All’inizio ero più orientata in un’altra direzione e poi c’è stata la virata: ho capito che il lavoro mi piaceva sì, ma avevo bisogno di qualcosa di manuale. Quindi ho aperto l’azienda agricola e deciso di implementare la parte dell’agriturismo. La nostra è una piccola azienda e cerchiamo di diversificare il più possibile le produzioni con quello che abbiamo troviamo nel nostro terreno. Abbiamo aderito fin da subito al biologico perché ci credevo e ho sempre avuto fin dall’inizio la passione per la raccolta spontanea. Questa stessa passione per la raccolta spontanea è quella da cui nasce l’idea della farina di ghianda.

 

Quanti e quali prodotti avete?

Facciamo olio per la maggior parte, poi abbiamo alberi da frutto, tra cui alcuni più particolari come i piccoli frutti tipo uva spina, di cui la maggior parte va al settore cosmetico. Poi ho le api e faccio il miele. Ho poi cominciato a fare l’idromele di miele d’acacia, come sperimentazione ed ora lo commercializzo. Poi faccio confetture di albicocca, uva fragola, mora, uva spina, cachi.

L’importante per me è diversificare e valorizzare quello che ho sul terreno: per cui tutto quello che trovo e riesco a trasformare, lo faccio. È la mia filosofia produttiva ed è quello che voglio trasmettere ai clienti che vengono qui, coinvolgendoli anche nei processi produttivi stessi.

 

 

Perché hai deciso di produrre la farina di ghianda? Come mai hai ripreso un’usanza così antica?

La storia vera è di per sé un romanzo. Io ho un maiale di cinta senese che per me è come un cane, e noi andiamo a fare le passeggiate insieme. Si chiama Dorotea, e ha 3 anni. Noi facciamo spesso passeggiate insieme e due anni fa, in una delle nostre passeggiate, il maiale si fermava sempre sotto le querce e io ho detto al mio compagno, cosa possiamo fare con queste ghiande? Così tutto è nato con un’illuminazione e da lì ho scoperto che tutt’oggi sono usate nel mondo, con alle spalle una grande tradizione di ricette storiche. Per me è anche un ritorno alle origini perché mi piace la ricerca, l’etnobotanica, quindi ho iniziato a incuriosirmi e mi si è aperto un mondo. Da quel momento ho iniziato a provare, inizialmente con i biscotti. Ora sto facendo un sito in cui metto insieme gli articoli su usi e proprietà della farina di ghianda. Si tratta di una farina molto proteica, senza glutine, con molti antiossidanti e minerali.

La cosa bella della ghianda è che si trova ovunque e non c’è quindi bisogno di fare un’agricoltura intensiva.

 

Procedimento:

La lavorazione artigianale è dura e lunga. Viene effettuata la raccolta a mano direttamente dall’albero. Lavo le ghiande, che poi sedimentano in acqua una settimana e le lavo due volte al giorno. Il lavaggio aiuta a spurgare. Poi le stendo e le asciugo a mano. Successivamente vengono macinate; normalmente effettuo due macinature.

 

Come si utilizza la farina di ghianda?

Nella nostra tradizione non abbiamo moltissima tradizione di mangiarla, ma, ad esempio, negli Stati Uniti, c’era la tradizione di mangiare ghiande grazie agli indiani d’America. Si trovano infatti libri di ricette che mostrano tantissimi prodotti a base di ghianda, anche il latte. Oggi abbiamo una tecnologia diversa e si può utilizzare anche per i celiaci ad esempio.

La farina viene venduta 16 euro al kg, ha un costo elevato, ma impiego tantissimo tempo nella produzione. Adesso ho iniziato a pensare anche di venderla per fare birra. Con qualunque persona io lavori, mi piace collaborare con persone semplici e con entusiasmo.

 

Produci in biologico. Perché questa scelta e perché pensi sia importante?

Mi vorrei togliere dalla certificazione biologica, non per l’idea in sé ma perché è diventata più burocratica che sostanziale. Oramai tutto risiede nella coscienza di chi produce in biologico, se ci si affida alla pura certificazione, ormai, non è garanzia di buona qualità. Io non metto nessuna chimica nei terreni, il concime lo faccio con gli animali e la vigna la tratto con il minimo indispensabile perché non voglio rovinare l’ecosistema della pianta. Chiaramente non è facile per tutti, io lo posso fare perché la mia attività produttiva è compensata dall’agriturismo, posso essere più etica rispetto a chi deve vivere solo di olio ad esempio.

La certificazione biologica mi permette però di entrare in certi canali in cui non potrei entrare altrimenti, come ad esempio la cosmesi, anche perché mi pagano meglio rispetto all’alimentazione.

 

Ci sono strumenti a livello globale per favorire il piccolo produttore?

Il rapporto cliente-azienda è il primo passo. È importante che ci sia un rapporto diretto per far capire la passione e il vero lavoro che c’è dietro. Poi, più in grande, la globalizzazione non aiuta i piccoli produttori. In un paese con minori risorse, è difficile l’accessibilità a prodotti più costosi.

Se l’economia non si riprende chiuderanno molte aziende. Creare delle cooperative, ad esempio, potrebbe aiutare il territorio, il rapporto con il cliente, e la sua fidelizzazione grazie alla conoscenza di come si lavora.

Oggi la competizione a livello internazionale rovina il mercato e dovrebbe essere controllata. Se una persona vende l’olio a 10 euro al litro, a me, piccolo produttore, rendi impossibile la vendita ad esempio. Riuscire a fare una cooperativa o un gruppo di produttori che determinano un prezzo per un prodotto e lo fanno capire al consumatore sarebbe un bel movimento e un primo grande passo.

 

 

Noti che il cambiamento climatico stia toccando la tua produzione?

In questi 11 anni ho visto dei cambiamenti notevoli, io lo noto perché ho molta diversificazione. I cambi climatici rendono imprevedibile qualsiasi attività produttiva: ad esempio la produzione di miele quest’anno è stata disastrosa. Per gli olivi vale lo stesso, la mosca si sta adattando molto al caldo. Poi non nevica, e la neve normalmente ripulisce. Insomma il cambio di clima sta cambiando il piano colturale.

Io ho diminuito molto la mia produzione. Normalmente faccio 6 quintali di olio per anno e quest’anno ne ho fatto solo 1 quintale e mezzo.

 

Lodovica Bo

 

Più informazioni sul sito: https://www.casailgobbo.com/azienda-agricola/